• IL PUNTO

    IL PUNTO

A che punto è la storia infinita e contorta della Brexit?

Niente “no deal”. Con una larghissima maggioranza (544 a favore, 126 contrari e 38 astenuti) il Parlamento europeo ha ribadito il suo sostegno a una Brexit “ordinata”, secondo l’accordo di recesso sottoscritto da tutti i Governi dell’Unione e da quello di Theresa May, tuttavia respinto tre volte dal Parlamento britannico, e perciò non ancora in vigore.

La nostra non è una pura questione di principio, perché quell’accordo contiene punti fondamentali, come la salvaguardia dei diritti dei cittadini europei e britannici che vivono sulle due sponde della Manica e il cosiddetto “backstop”, che impedirà il ritorno a una frontiera fisica in Irlanda così da rispettare l’accordo di pace del Venerdì Santo che mise fine a decenni di attentati e morti. E poi il mantenimento nella legislazione britannica degli standard europei in materia di lavoro, ambiente, protezione sociale e salute, anche per evitare una concorrenza al ribasso da parte del Regno Unito che colpirebbe le imprese e i posti di lavoro europei.

Per arrivare a un’uscita ordinata, il Parlamento ha confermato la disponibilità a valutare una proroga della data di recesso ora fissata al 31 ottobre, se la prossima riunione del Consiglio europeo dedicata a trovare una soluzione, prevista per il 17 ottobre, non darà un esito positivo.

Ma qual è la situazione oggi?

Il Regno Unito lascerà l'UE il 31 ottobre, a meno che non venga raggiunto un nuovo accordo o non venga concordata una proroga. Ogni nuovo accordo dovrà essere approvato sia dal Regno Unito che dal Parlamento europeo prima di entrare in vigore. Il primo ministro britannico Boris Johnson ha fatto dell’uscita il 31 ottobre, con o senza un accordo, l'obiettivo principale del suo governo.
Tuttavia, Johnson guida un governo che è ormai minoranza in Parlamento e affronta una maggioranza che ha già bocciato l’accordo attualmente sul tavolo e respinto l’ipotesi di un’uscita senza accordo. Una maggioranza, quindi, che vuole o un accordo diverso o un rinvio o che la decisione sia rimessa al popolo britannico attraverso un secondo referendum.

Per indebolire, o addirittura fermare, questa maggioranza, Johnson ha preso la controversa decisione di sospendere il parlamento fino al 14 ottobre. Una prassi non inusuale nella consuetudine parlamentare britannica, soprattutto quando si insedia un nuovo Governo e, questa è la giustificazione addotta da Johnson, finalizzata a dare la possibilità alla Regina di tenere un discorso che delineerà l'agenda del nuovo governo dinanzi al Parlamento.

Dunque non è insolito, i governi lo fanno quasi tutti gli anni, tuttavia la lunghezza e i tempi sono controversi. Sarà la sospensione più lunga degli ultimi 50 anni e la riapertura dei lavori direttamente prima della data di uscita del Regno Unito dall'UE fa capire che è un modo per limitare il dibattito in Parlamento e prevenire le critiche al governo. La sospensione è stata giudicata illecita da un tribunale scozzese, poiché le ragioni fornite per la “proroga” (così si chiama nel linguaggio parlamentare britannico) non erano chiare. Ora tocca alla Corte Suprema del Regno Unito decidere nei prossimi giorni.

Intanto, la decisione del Primo Ministro ha provocato l'indignazione tra tutte le forze di opposizione in Parlamento. Sotto la guida del Labour, tutti i partiti e i conservatori ribelli contrari a un no deal hanno lavorato per approvare una norma urgente che impedisca un'uscita senza accordo il 31 ottobre. La legge afferma che se non sarà in vigore un nuovo accordo entro la metà di ottobre, il Primo Ministro è obbligato a chiedere all'UE una proroga fino al 31 gennaio 2020 (o accettare qualsiasi data proposta dall'UE).

Per impedire l’applicazione della nuova legge, e nella speranza di avere una maggioranza diversa, Johnson ha cercato di convocare nuove elezioni. Ma per farlo c’è bisogno che i due terzi del Parlamento votino a favore della convocazione di elezioni. E di nuovo, il Primo Ministro si è scontrato con la maggioranza che gli si oppone e che ha bocciato anche questo suo tentativo. Dunque, che succede ora? Il Parlamento britannico è sospeso fino al 14 ottobre, ma in attesa della decisione della Corte Suprema che potrebbe ribaltare la situazione, Johnson continua a dichiarare l’ineluttabilità della data del 31 ottobre per uscire e che starebbe lavorando per un accordo diverso, ma non ha ancora avanzato alcuna proposta concreta. Il Consiglio europeo si riunirà il 17 ottobre per decidere: un nuovo accordo o nessuno, oppure una proroga, e per quanto tempo?

Il Parlamento europeo monitora l’evoluzione della situazione attraverso uno “Steering Group” che incontra regolarmente il negoziatore capo dell’Unione, Michel Barnier. I principi enunciati nella risoluzione approvata mercoledì sono sempre stati centrali per noi e tali resteranno. Un’uscita ordinata e un accordo di relazioni future fruttuose per entrambi le parti sono quanto dobbiamo alle imprese e ai cittadini di tutto il continente.
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