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La procedura d’infrazione UE e le vere sanzioni agli operai

Lo avevamo detto ed è successo: ieri la Commissione europea messo nero su bianco il fallimento economico delle politiche della maggioranza giallo-verde e ha proposto l'apertura di una procedura di infrazione per debito eccessivo che ora toccherà al Consiglio approvare entro circa un mese.

Il Paese dei sonnambuli

Com'è già successo in autunno, una parte della classe politica e dell'opinione pubblica italiana fatica ad interpretare correttamente questi passaggi e a comprenderne le conseguenze disastrose. In fin dei conti, si dicono in molti, è dallo scorso autunno che la Commissione europea minaccia procedure di infrazione e ancora non è successo niente: per la vera e propria apertura della procedura c'è ancora un mese (un'eternità per la politica da social istantanei delle forze politiche al Governo) e nella storia dell'UE non si è mai arrivati a far pagare le sanzioni a un Paese per questo tipo di procedure di infrazione.

Del resto lo stesso commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, ieri in conferenza stampa ha scandito in italiano “la mia porta resta aperta”. Insomma, in Italia molti si illudono che poi finirà a tarallucci e vino e che oggi quindi non ci sia molto da preoccuparsi. Le cose però sono molto diverse. Quello che è successo ieri ha conseguenze concrete già ora e continuiamo ad andare verso il baratro senza rendercene conto. L'Italia del Governo giallo-verde è un Paese di sonnambuli.

Il rischio: l’uscita dall’euro

Il problema è che, per immaturità e provincialismo, le forze politiche al Governo vivono mentalmente nel cortile delle polemiche politiche domestiche e sentono i moniti di Bruxelles come un'interferenza indebita e lontana. Chi vive nel mondo reale invece, quello grande e globalizzato dove i confini dell'universo non coincidono con il comune di Pontida, sa bene che tutta la costruzione dell'eurozona è una capanna fragile e incompleta in cui nessuno ha la certezza che riuscirà a proteggerci dalla prossima tempesta.

Fuor di metafora: nessuno ha la certezza che in caso di crisi economica globale e crisi di sfiducia dei mercati internazionali nei confronti dell'Italia gli strumenti messi in campo recentemente, dal fondo salva-Stati agli interventi della Bce, siano sufficienti a salvare l'Italia dalla bancarotta e dall'uscita dall'euro.

Non siamo la Grecia e il nostro debito pubblico, ad esempio, è molto più grande della capacità di bilancio del fondo salva-Stati. Per non parlare del fatto che diversi esponenti della maggioranza teorizzano e auspicano proprio l'uscita dall'euro.

Il prezzo? Lo pagano i lavoratori

Queste considerazioni forse sfuggono ai politici populisti, ma sono ben chiare agli operatori esteri che detengono 697 miliardi di debito pubblico italiano e ai manager delle multinazionali che devono decidere se investire o togliere gli investimenti dall'Italia.

Il risultato?
Date un'occhiata alla prima pagina di Repubblica di oggi.


repubblica 6 giugno 2019

In Italia stanno aumentando le chiusure e le crisi aziendali. Solo dall'inizio dell'anno i “tavoli di crisi” aperti al ministero dello Sviluppo economico sono passati da 138 a 158 con circa 300 mila posti di lavoro a rischio. Del resto quale manager di multinazionale sensato può decidere di rilevare un'azienda in crisi o di aumentare gli investimenti in un Paese che potrebbe andare in bancarotta e uscire dall'euro?

Fa impressione vedere la Unilever che sposta lo stabilimento dove si produceva il celebre dado Knorr non in un Paese dell'Est, ma in Portogallo, cioè in un Paese dell'area euro dove però, a differenza dell'Italia, un governo di sinistra non ha disfatto le riforme necessarie alla crescita.

Oggi si rimprovera al Partito Democratico di non saper più parlare agli operai. Forse è vero, ma la prima cosa che bisognerebbe spiegare davanti ai cancelli delle fabbriche è che oggi sono proprio gli operai che stanno già pagando le sanzioni delle scelte scellerate del Governo e dell'ipotetica procedura di infrazione per debito eccessivo.

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