• LETTERA DALL'EUROPA

    LETTERA DALL'EUROPA

Questa straordinaria (nel bene e nel male) stagione europea

Prima di lasciarci per una breve vacanza, mi fa piacere condividere con voi qualche osservazione su questa straordinaria (nel male e nel bene) stagione europea.Nel male, perché l’Europa è stata scossa da una fortissima pandemia che ha mietuto vittime umane e ha “piegato” l’economia del Continente.

Nel bene, perché di fronte a questa crisi, la più forte e terribile, forse, dalla nascita dell’Europa stessa, si è reagito prima con alcuni provvedimenti di emergenza, poi con risposte ASSOLUTAMENTE INEDITE, infrangendo alcuni tabù (come l’idea di un debito comune) e affermando uno spirito di solidarietà tra gli Stati membri, frutto sia di scelte ideali che di realistica valutazione che la “sorte di un Paese ha effetti su tutti”. Ci lega dunque un “destino comune” dove non ci si salva da soli, ma ci si salva INSIEME.

Dunque, le risposte economiche alla crisi determinano anche il futuro dell’istituzione europea, la sua “salvezza economica” si intreccia con il completamento del “progetto incompiuto”, portandolo ad una indispensabile maggiore unità e integrazione.

Vorrei perciò commentare questo storico passaggio, le decisioni assunte e condividere con voi qualche osservazione politica e di prospettiva. In fondo alla nota, per sistematicità, darò anche uno sguardo all’indietro e alle prime misure urgenti.

1. COME MATURA IL PASSAGGIO DECISIVO DALL’URGENZA AL RILANCIO 

Mentre partivano le prime misure, è apparsa subito chiara la necessità di fare di più, di varare un’iniziativa che avesse una vera e propria “potenza di fuoco” per immettere risorse nell’economia europea, per “ricostruire” un sistema produttivo, economico e sociale colpito duramente dalla crisi sanitaria, per sostenere in particolare i Paesi più colpiti e per rilanciare la crescita del nostro Continente.

Soprattutto, anche alla luce della pubblicazione a maggio delle previsioni economiche dei Paesi dell’UE, è apparso del tutto chiaro che la crisi del Covid stava aumentando le divergenze tra le economie dei Paesi e avrebbe finito per indebolire tutti, dal più forte al più debole.

I Paesi infatti hanno una diversa “forza di reazione”, per la loro diversa capacità fiscale, e dunque possono indebitarsi e intervenire in modo troppo disomogeneo, creando ulteriori fratture e distanze all’interno del mercato unico stesso.

È maturata così una forte convinzione che la “ricostruzione” non poteva essere lasciata sulle spalle dei singoli Stati membri, pena un ulteriore allargamento delle divergenze, mentre invece la convergenza delle economie è un aspetto vitale per la tenuta di un continente integrato economicamente come il nostro e fondato sul mercato unico.

Sempre più forte e più evidente è apparsa la necessità di una risposta comune e bilanciata, per un sostegno reale alle industrie e ai diversi sistemi economici nazionali.

Il passaggio decisivo è stato proprio su questo punto: se la crisi è sistemica, anche se ha effetti diversi nei vari Paesi, anche la risposta, per essere efficace, deve essere sistemica e comune.

Sono nate così, nei mesi tra marzo e giugno, una serie di iniziative politiche che vedono molto attive l’Italia, la Francia, la Spagna e il Portogallo che mettono, con la famosa lettera dei “nove Paesi”, sul tavolo dell’Unione Europea, ufficialmente e con forza, l’ipotesi di un grande Fondo europeo da alimentare con l’emissione di titoli di debito comune (i tanto richiamati eurobond), cercando risorse e capitali sul mercato e impegnandosi a ripagare insieme questo debito.

Fondamentale, direi anzi decisivo, a questo proposito, è stato il patto franco-tedesco che ha lanciato l’idea di un Fondo di 750 miliardi e che ha incluso, per la prima volta, l’ipotesi di risorse a fondo perduto, accanto ai prestiti, per sostenere soprattutto l’economia dei Paesi più colpiti.

In questo clima di proposte europeiste, da un lato, e di contrapposizioni “nazionaliste”, dall’altro, con i Paesi contrari all’idea dell’impegno e del debito comune, chiamati impropriamente “frugali”, si arriva al fatidico Consiglio europeo di luglio che inizia in un clima di grande incertezza e che coincide, per fortuna di tutti, con l’avvio della Presidenza di turno tedesca, sotto la guida per il semestre di Angela Merkel.

Fondamentale anche la “mossa” della Commissione europea, guidata da Ursula Von Der Leyen, che ha presentato la proposta di un fondo da 750 miliardi che, sommati ai 1100 previsti per il Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027, portano la strategia anticrisi europea ad una potenza di fuoco di oltre 3000 miliardi di euro (con i 240 miliardi del MES, i 200 miliardi della BEI, i 100 miliardi del SURE, e il programma PEPP della BCE).

Viene finalmente ufficializzata, nella proposta della Commissione, il Recovery fund, come uno dei pilastri fondamentali del programma, ribattezzato Next Generation EU, con una suddivisione di 500 miliardi di euro di sovvenzioni e 250 miliardi di euro di prestiti. 

Il Parlamento europeo, dal canto suo, approva nel frattempo una serie di risoluzioni molto puntuali, chiedendo un piano per la ricostruzione, Recovery plan, con risorse sufficienti e tempi certi, e soprattutto il Parlamento chiede che l’avvio di questa fase fondamentale di interventi europei sia all’insegna della competenza comunitaria, incentrando su Commissione e Parlamento la responsabilità e chiedendo quindi un passo oltre l’approccio intergovernativo.

Il Parlamento europeo ha assunto in questa fase un ruolo propositivo e politico molto marcato e di iniziativa, sia verso la Commissione sia verso il Consiglio, e, a supporto di queste scelte, si è formata una vasta maggioranza politica, che vede sostanzialmente isolati, e in angolo, i gruppi cosiddetti “sovranisti”.

2. LE DECISIONI DEL CONSIGLIO DI LUGLIO: NEXT GENERATION EU, RECOVERY FUND E IL FUTURO DELL’UE

Il vertice, programmato per due giorni, è durato quattro giorni e quattro notti e ha, finalmente, partorito l’accordo che segnerà il nostro futuro di europei (come ho detto nel mio intervento in Aula il 23 luglio) e che rappresenta certamente uno spartiacque nella Storia dell’Europa.

Dopo molti scontri e dopo aver corso il rischio di un fallimento, si arriva all’accordo con qualche sacrificio, forse anche qualche ambiguità, ma con un indiscusso risultato di successo su almeno cinque punti:

  • Uno sforzo di solidarietà europea
  • Un passo avanti verso una maggiore integrazione ed unità europea, dal profilo comunitario.
  • Un grande impegno di investimento finanziario sulla ricostruzione europea.
  • Il varo di misure, come l’emissione di debito comune, coraggiose e impensabili prima.
  • L’avvio di nuovi strumenti di politica economica.

Il pacchetto concordato dai leader combina insieme il Quadro Finanziario Pluriennale con lo strumento di Next Generation EU, per un totale di 1824 miliardi di euro, di cui 750 riguardano Next Generation EU.

Cambia, per la richiesta dei Paesi ostili, la proporzione tra investimenti a prestito (loans) e sovvenzioni (grants), il cui ammontare diventa ora rispettivamente di 360 miliardi come loans e 390 miliardi come grants. Ma poco conta questa ripartizione cambiata: conta invece la riconferma del totale che molti Paesi avrebbero voluto diminuire o dimezzare.

Conta inoltre la riconferma che il sostegno agli investimenti per la ricostruzione darà priorità alla transizione verde (si pensi che il 30% della spesa totale sarà destinato a progetti legati al clima) e a quella digitale.

Per quanto riguarda i tempi, queste risorse andranno impegnate in gran parte (soprattutto i grants) entro il 2023 e il Recovery plan avrà la durata fino al 2026.

L’Italia ha ottenuto la possibilità di un anticipo del 10%, con tempi più ravvicinati e questo è senz’altro sarà una buona “boccata d’ossigeno”.

Nello specifico, gli importi disponibili a titolo di Next Generation EU saranno destinati a sette programmi distinti:

  • Dispositivo per la ripresa e la resilienza: 672,5 miliardi di euro (prestiti: 360 miliardi di euro, sovvenzioni: 312,5 miliardi di euro). Prevede l’erogazione di sovvenzioni e prestiti mediante l'attuazione di Piani nazionali per la ripresa e la resilienza predisposti dagli Stati membri in linea con gli obiettivi individuati nel Semestre europeo, compresa la transizione verde e digitale e la resilienza delle economie nazionali. (I Pilastro)
  • REACT-EU: 47,5 miliardi di euro. Finalizzato all’assistenza alla ripresa per la coesione e i territori d'Europa. (I Pilastro)
  • Sviluppo rurale: 7,5 miliardi di euro. (I Pilastro), in aggiunta a quanto già nel budget.
  • Fondo per una transizione giusta (JTF): 10 miliardi di euro. (I Pilastro)
  • InvestEU: 5,6 miliardi di euro. Rafforza il programma comunitario per gli investimenti strategici. (II Pilastro)
  • RescEU: 1,9 miliardi di euro, in aggiunta a quanto già nel budget. L’obiettivo è rafforzare il meccanismo di protezione civile europeo. (III Pilastro)
  • Horizon Europe: 5 miliardi di euro per la ricerca e l’innovazione, in aggiunta al budget. (III Pilastro)

Le risorse, pari a 750 miliardi, saranno raccolte sui mercati finanziari con emissione di titoli obbligazionari europei a lunga scadenza, un altro punto di fondamentale portata. Una porta si è aperta, io sono certa che non sarà richiusa, anche se nel vertice si dice che Next Generation EU è uno strumento “eccezionale e temporaneo”.

Deciso il piano, decisi i fondi e la ripartizione, restavano due cose molto importanti: la procedura e la governance.

Per quanto riguarda la procedura, si è chiesto ai Paesi di predisporre dei Piani nazionali per la ripresa e la resilienza che devono contenere elementi molto precisi sugli obiettivi, i progetti, i tempi di realizzazione (anche intermedi) e, elemento nuovo e importante, anche delle analisi di impatto molto accurate.

Sulla governance si è giocata una partita molto complicata, perché parlare di governance vuol dire parlare dell’equilibrio dei poteri fra le istituzioni europee. Next Generation EU aveva già affondato le sue fondamenta nella responsabilità della Commissione e anche del Parlamento, essendo “radicato” nel bilancio europeo e quindi coinvolgendo il Parlamento come autorità di bilancio.

Detto ciò, nel corso del vertice di luglio, c’è stato un tentativo molto forte di riportare nel Consiglio, cioè nella competenza e sotto il controllo degli Stati, il potere di valutare, approvare, bloccare i piani dei diversi Paesi. Il conflitto è stato molto aspro e questo punto è diventato una linea rossa per l’Italia, che ostinatamente ha resistito e vinto anche pretendendo pareri giuridici e chiarimenti legali.

Alla fine, la soluzione emersa, per quanto non perfetta, è stata senz’altro un successo. Di fatto, la responsabilità principale è in capo alla Commissione che ha la competenza della procedura ed è sulla base della sua proposta che i piani passeranno all’ECOFIN. Il famoso veto che voleva imporre Rutte è stato bocciato, rimane una specie di “freno”, nel caso in cui, in via eccezionale, alcuni Paesi ritengano che vi siano gravi deviazioni dell’attuazione del Piano, possono chiedere di sottoporre la questione al Consiglio.

Un altro punto importante è stata la scelta di attivare risorse “proprie” (own resources) tema lungamente discusso e mai varato in passato. Ora il dado è tratto e tutti concordano che bisogna garantire al bilancio risorse “proprie”, anche in vista del rimborso delle emissioni europee. Naturalmente ci vorrà tempo per normare queste novità, ma i settori sono definiti: web tax, carbon border tax, cioè una tassazione “al confine” per i prodotti che importiamo che fanno concorrenza sleale ai nostri, perché fabbricati senza rispetto degli standard ambientali, revisione del meccanismo ETS, sempre in merito alle emissioni, e tassazione sui prodotti in plastica.

Per quanto riguarda l’Italia, l’ipotesi di ripartizione, tra sussidi e prestiti, grants e loans, offre un totale ancora maggiore della stima precedente, perché aumenta il volume dei prestiti: 127,5 miliardi di euro di prestiti, 81,5 miliardi di euro di sussidi (forse 84), per un totale di 209 miliardi.

Credo che anche questo sia un elemento di successo del negoziato per quanto riguarda l’Italia, ma, alla fine, ritengo che la valutazione non vada fatta in chiave nazionale, bensì in chiave europea. Infatti, più che valutare chi ha vinto e chi ha perso, dobbiamo ricordare che ha vinto l’intera Europa.

I Paesi che hanno fino all’ultimo ostacolato e, a volte, bloccato il vertice, Olanda, Austria, Danimarca e Svezia, escono con un “pugno di mosche”: certo ottengono rebate rinnovato e aumentato, qualche dazio in più, ma piccole somme, e perdono la loro battaglia politica e viene sconfitta la loro idea di un’Europa divisa, senza solidarietà e, perlopiù, fondata sul mercatismo.

A loro volta, i Paesi un tempo chiamati di Visegrad, alleanza molto in calo, hanno giocato una partita sulla difensiva, cercando di mantenere i fondi per la coesione regionale, ma soprattutto cercando di resistere alle possibili condizionalità in tema di rispetto dello Stato di Diritto, cioè sulla “questione democratica” che è invece fondamentale e che, nelle conclusioni del vertice, è stata richiamata anche se in termini non del tutto espliciti.

Su questo, noi, come Gruppo Socialisti e Democratici, siamo tornati più volte nel dibattito e torneremo in futuro perché non è pensabile chiudere gli occhi di fronte a Paesi europei che comprimono la democrazia, riducendo l’autonomia della magistratura, controllando la stampa e la libera informazione e calpestando i diritti fondamentali dei cittadini. Si pensi, proprio in questi giorni, alla incredibile proposta del Governo polacco, annunciata dal Ministro della Giustizia, di iniziare il processo di disdetta della Convenzione di Istanbul contro la violenza nei confronti delle donne (in ben triste sintonia con analoga iniziativa della Turchia), negando un elemento costitutivo dell’Unione Europea che sono proprio i diritti, umani e civili.

Volendo andare più a fondo, si deve sottolineare una nuova dinamica nelle relazioni tra gli Stati membri, direi una nuova geografia interna al Consiglio, con l’emergere del ruolo dei Paesi fondatori, più la Spagna, Paesi molto caratterizzati da una vocazione manifatturiera e da un grande patrimonio culturale e turistico.

Sull’intero vertice, il mio giudizio tanto più è positivo per le decisioni su Next generation EU, tanto più è deluso per il QFP. Risorse troppo limitate, 1074 miliardi non bastano, e riduzioni all’ultimo momento di alcune voci, tra cui quella della Ricerca, dell’Erasmus e altre particolarmente dolorose su cui, come Parlamento, daremo dura battaglia nel negoziato che è in corso per arrivare all’approvazione finale in Aula del QFP.

3. I PROSSIMI PASSI 

Tutto finito? No! Ancora molto lavoro da fare, per portare a conclusione l’accordo e per implementarlo.

In particolare, quattro sono i passaggi chiave che ci aspettano e che dovranno essere seguiti con lo stesso impegno e la stessa passione europea che ha portato allo storico successo nel vertice.

E infatti:

  • L’accordo deve essere ratificato dai 27 Stati Membri, secondo le procedure che ogni Paese ha (in alcuni sarà necessaria l’approvazione parlamentare, in altri no). In particolare, sarà cruciale l’approvazione in ogni Paese della possibilità che la Commissione europea possa indebitarsi sui mercati.
  • I testi, i regolamenti e tutta la normativa conseguente devono essere approvati da Parlamento europeo e Consiglio, e tutto il negoziato sui testi dovrà vedere la partecipazione attiva di noi Parlamentari per far sì che non si tenti di far rientrare dalla finestra ciò che è stato prima evitato.
  • Infine, si dovrà approvare il bilancio pluriennale (QFP) e questo compito spetta al Parlamento dopo un negoziato col Consiglio. È proprio di questi ultimi giorni la decisione, tra i vertici delle tre istituzioni, di impegnarsi a concludere questo compito entro l’anno, affinché l’esercizio finanziario possa iniziare il primo gennaio.
  • Ogni Paese deve immediatamente iniziare a lavorare per preparare il suo Piano nazionale per la ripresa e la resilienza e l’Italia ha già iniziato a farlo attraverso una propria “Cabina di Regia
4. QUALCHE CONSIDERAZIONE DI PROSPETTIVA

Le grandi crisi, come è noto, sono un elemento di accelerazione dei processi.

La terribile crisi del Coronavirus, dagli effetti ancora pesanti oggi e nell’immediato futuro (si pensi al lavoro e alla sanità pubblica) poteva portare l’Europa sull’orlo di una frantumazione irreversibile.

Aver capito che la crisi non era solo italiana o spagnola, ma di tutti, anche se con effetti diversamente pesanti nei vari Paesi, è stato un segno di lungimiranza e di investimento sul futuro. Si è capito che era in gioco oltre a tutto il resto il destino stesso dell’Europa.

Si è consolidata così la decisione di affrontarla con un impegno e un intervento comuni e si è deciso di intraprendere la strada di una emissione di titoli a debito comune.

Passaggi storici, qualcuno dice come il “whatever it takes” di Draghi nel 2012.

Per una volta possiamo dire che l’Europa non è stata assente o ristretta o egoista. Non possiamo dire, come spesso in passato, troppo poco e troppo tardi, “too little, too late”.

L’Europa c’è stata con coraggio e con visione, coraggio per le scelte, visione per la volontà di “ricostruzione” non come “era prima”, ma per un sistema più resiliente, basato sulla sostenibilità climatica e ambientale e sulla digitalizzazione.

In questo passaggio di scontro, non c’è dubbio che gli sconfitti sono i sovranisti e i vincitori, sia pure con qualche compromesso, sono gli europeisti.

Ma ora tocca a noi fare molto seriamente la nostra parte italiana perché c’è stata fiducia, c’è stata attenzione e considerazione per il nostro Paese.

Dobbiamo fare bene e in fretta, dobbiamo dimostrare chi siamo, al meglio delle nostre capacità, inventive e realizzative, e non al peggio dei nostri ritardi o improvvisazioni.

Non dobbiamo avere paura di restare dentro regole o condizioni.

È del tutto normale che chi usa “denaro comune” (noi usiamo “denaro comune” europeo, non denaro tedesco o olandese) debba rendere conto agli altri. Vale per noi, come vale per ogni Paese. Vorrei dire sottovoce che vale ancora di più per noi, perché prendiamo quasi un quarto delle risorse a sussidio e quasi un terzo di quelle a prestito.

E a chi, risentito, dice che non accetta controlli e monitoraggi, vorrei chiedere cosa direbbe se, a questo “tesoro comune”, noi italiani dessimo maggiori risorse di quante potremmo poi ottenerne (come il caso della Germania).

Senza inutili orgogli, ma col giusto orgoglio di fare bene, noi dobbiamo preparare il nostro Piano nazionale per la ripresa e la resilienza.

In termini politici europei vorrei sottolineare due punti che condivido:

  • C’è stata una indiscussa e felice leadership della Merkel, tornata in grande forza e forma dopo periodo appannato e debole, anche nel suo Paese. Una leader europeista che non ha mancato di legare il futuro della Germania a quello dell’Europa, non come desiderio di dominio, ma come necessità per il suo stesso paese. Ci sono discorsi molto belli della Merkel, ricchi di un sano europeismo che dovremmo conoscere e apprezzare di più.
  • L’asse franco-tedesco è stato fondamentale come motore dell’avanzamento europeo e come occasione per attrare la Germania verso lo schieramento dei Paesi che lottavano per una risposta comune e per un salto di qualità politico-programmatico dell’Europa.

Ma, a questi due punti che condivido, voglio aggiungerne un terzo:

  • Si è rivelata determinante, e lo sarà sempre più in futuro, anche l’alleanza e la coalizione dei Paesi dell’Europa meridionale (i progressisti Italia, Spagna e Portogallo, e poi la Grecia), del Belgio e degli altri che hanno aderito a questa alleanza.

Francia e Germania non sono più autosufficienti, a fianco a loro, sempre più in prima linea, io vedo questo gruppo di Paesi europeisti con un grande ruolo politico.

Infine, la Commissione è stata coraggiosa e tenace, in primis Ursula Von Der Leyen.

Come Italia abbiamo fatto asse e squadra fra Bruxelles e Roma. E, nella squadra europea, cito per tutti il Presidente del Parlamento europeo Sassoli e il Commissario Gentiloni.

La squadra italiana ha visto il Presidente Conte in primo piano dotato di inossidabile tenacia nel tour de force di Bruxelles. Ma la figura del Ministro Gualtieri, competente e affidabile, è stata chiave, per le relazioni positive che ha a Bruxelles e nelle capitali europee e per la sua credibilità all’ECOFIN e in tanti altri consessi istituzionali.

Ecco dunque che possiamo, pure in un panorama difficile italiano ed europeo, confidare nelle giuste scelte che abbiamo fatto e “ricaricarci” per implementare ed attuarle concretamente, cioè per calarle a terra, a vantaggio dei cittadini, delle imprese e dei territori (i Regolamenti devono essere ancora approvati in Parlamento, tra settembre e ottobre, e i Piani nazionali per la ripresa e la resilienza  devono arrivare a Bruxelles al più presto).

Sullo sfondo si staglia adesso la stagione delle scelte sul futuro dell’Unione Europea: abbiamo anticipato nei fatti alcuni passaggi che ora richiedono riforme, dai trattati da cambiare alle procedure da abolire (come l’unanimità in Consiglio).

A conclusione, mi piace riprendere quanto scritto da Sergio Fabbrini su “Il Sole 24 Ore” di domenica 26 luglio: “l’europeismo ha vinto perché ha dimostrato che l’interdipendenza può essere utilizzata per rispondere a sfide esistenziali come la pandemia, tuttavia la sua vittoria è ancora incerta per l’insistenza di alcuni governi nazionali a vincolarne il carattere sovranazionale. L’UE dovrà dipendere dai governi nazionali o potrà addomesticare questi ultimi all’interno di una governance sovranazionale? Ecco la domanda che la prossima Conferenza sul futuro dell’Europa dovrebbe porsi”.

Insomma, il cantiere Europa, che in questi mesi ha dimostrato attività e fervore, va completato al più presto.

0. UNO SGUARDO ALL’INDIETRO, LE PRIME URGENTI MISURE

Per completezza, voglio anche ripercorrere le prime misure urgenti assunte dall’Europa.

Dopo qualche settimana di inerzia, sono arrivate le prime misure, misure di grande cambiamento rispetto al passato, modificando regole che sembravano intoccabili (aiuti di Stato, Patto di Stabilità) e allargando “i cordoni della borsa”, sia dell’Unione Europea che delle istituzioni bancarie europee.

Ecco i principali interventi:

  • Nella prima metà del mese di marzo è stato sospeso il Patto di Stabilità, interrompendo i limiti di spesa per i bilanci nazionali, e predisposto un nuovo Quadro temporaneo per consentire agli Stati membri di avvalersi pienamente della flessibilità prevista dalle norme sugli aiuti di Stato. Il Quadro temporaneo consente agli Stati membri di garantire che le imprese di tutti i tipi dispongano di liquidità sufficiente e di preservare la continuità dell'attività economica durante e dopo l'epidemia di COVID-19.
  • A fine marzo, la Banca Centrale Europea ha varato il Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP), nuovo programma da 750 miliardi che mira all’acquisto di titoli di Stato per aiutare i 27 Paesi UE a sconfiggere l’emergenza economica dovuta al Covid-19, che si aggiunge al Quantitative Easing già in corso di 240 miliardi e quello deciso il 12 marzo da 120 miliardi, arrivando a una cifra 1100 miliardi circa. Da notare anche che per i criteri di ripartizione di questo impegno della BCE si utilizza una “chiave” non più proporzionale alla quota dei Paesi nel capitale della BCE, ma concentrata su quelli più colpiti e l’Italia viene particolarmente avvantaggiata da questa decisione. Da qui alla fine dell’anno si stima che la Bce comprerà 220 miliardi di titoli italiani, tra Btp, obbligazioni private e altri titoli.
  • Nel mese di aprile è stato presentato il Programma SURE - Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency (100 miliardi di euro), finalizzato ad attenuare i rischi di disoccupazione in un'emergenza e che rappresenta un intervento “dell’Europa Sociale” nel campo del lavoro.
  • A inizio aprile la Commissione ha introdotto misure per “recuperare” e rendere disponibili, per l’emergenza coronavirus, i fondi strutturali e regionali non utilizzati (per l’Italia significa circa 37 miliardi ancora disponibili nell’attuale bilancio 2014- 2020) con un’ulteriore svolta in termini di flessibilità. Saranno perciò possibili trasferimenti tra i tre fondi della politica di coesione, Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), Fondo sociale europeo (FSE) e Fondo di coesione, trasferimenti tra le diverse categorie di regioni e flessibilità nella concentrazione tematica.
  • Sempre nel mese di aprile si decide una nuova linea di credito dentro al MES che chiamiamo “light”: questo veicolo, infatti, non ha condizioni, se non quella di rispondere alle spese sanitarie, dirette o indirette, legate all’emergenza COVID-19. Questa linea di credito MES viene concessa fino ad un massimo del 2% del Pil del paese ricevente (per l’Italia si stimano 7 miliardi di euro).
  • La Banca Europea degli Investimenti (BEI) ha approvato un fondo di garanzia da 25 miliardi di euro, che permetterà la mobilitazione di oltre 200 miliardi di investimenti, che si aggiungono a una linea da 40 miliardi già attiva.

Si tratta nell’insieme di misure che portano alla mobilitazione di ben oltre 500 miliardi, oltre all’impegno della BCE.

Accanto a queste misure, sono stati attivati una serie di iniziative in campo sanitario per coordinare gli interventi di rafforzamento dei sistemi sanitari nazionali, per l’acquisto di materiali e dispositivi di protezione e sostenere network di centri di ricerca che sono in prima linea per trovare il vaccino e cure efficaci contro il Covid 19, con parecchie centinaia di milioni.

Questi progetti consentono a 140 équipe di ricerca in tutta Europa di lavorare insieme per fronteggiare la pandemia di coronavirus. Altri fondi sono stati stanziati per l'Iniziativa di Innovazione Medica con l'industria farmaceutica.

Inserisco qui una nota di precisazione: alcuni interventi riguardano solo i 19 Stati dell'area euro: è il caso delle varie misure di espansione monetaria introdotte dalla Banca centrale europea e dell'allentamento del Patto di Stabilità, che si applica soltanto a chi è dentro la moneta unica. L'Eurogruppo infatti è il centro di coordinamento dei ministri delle Finanze dei governi dell'area euro. Altri interventi riguardano invece l'intera Unione Europea, di cui fanno parte 27 Paesi dopo l'uscita del Regno Unito, avvenuta alla fine di gennaio. Sono interventi a livello di Ue quelli che riguardano la Commissione, dove sono rappresentati tutti i Paesi dell'Ue, e altri soggetti come la Banca europea per gli investimenti, il cui capitale è stato sottoscritto da tutti gli Stati europei in proporzione al loro peso economico.

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