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Marcora e l’Europa - Una concreta scelta di campo

Prefazione di Patrizia Toia

Che fortuna aver avuto dei maestri in politica! Marcora lo era; un leader tra tanti altri esponenti dello stesso gruppo così ricco di figure e personalità di spicco e di primo piano: Granelli, Rognoni, Guzzetti, Golfari, Martinazzoli e poi Bassetti, protagonista del re-gionalismo, persona politica più autonoma, ma comunque parte di quella stagione politica.

Tanti sarebbero i nomi che vorrei richiamare, ma correrei il ri-schio di dimenticarne troppi. Mi limito a sottolineare che la qua-lità politica, la preparazione, la capacità di analisi era così diffusa e alta in quel gruppo della Democrazia cristiana che un semplice segretario di zona aveva numeri e potenzialità che terrebbero ben testa a tanti politici eletti d’oggi.

E poi c’erano le donne, fiore all’occhiello di quel gruppo: Ma-ria Luisa Cassanmagnago, Maria Paola Svevo, Mariapia Garava-glia… E tante altre che avrebbero avuto numeri e capacità per cariche più rilevanti, dando il meglio come amministratrici locali. Penso, per tutte, alla mitica sindaca Ettorina Borroni e alla sua coraggiosa, “scandalosa” per allora, giunta Dc-Pci-Psi-Psdi-Pri-Pli (1970-75).

Questo era l’humus fertilissimo nel quale si faceva politica e si cresceva, imparando e consentendo a tanti giovani (che Marcora ha sempre sostenuto, incoraggiato e promosso) di entrare nell’a-gone istituzionale.

La formazione era esigente: dai valori della Resistenza e della de-mocrazia costituzionale alle tematiche più concrete come l’indu-stria e il fisco. Ricordo le riunioni in via Mercato con Marcora, affiancato da Granelli e Calcaterra, con discussioni approfondite sull’energia (Marcora fu il primo a parlarne come leva dello svi-luppo), sull’equità sociale e sull’allargamento della base democra-tica: proprio a Milano, e grazie a queste scelte politiche, nacque il primo centrosinistra.

In quella figura, nelle sue scelte e nei suoi insegnamenti ritrovo in filigrana temi e questioni che sono estremamente attuali ancora oggi. Parto dalla presenza delle donne in politica: nella “comunità” di Marcora, la Base, c’era la maggior parte delle donne allora im-pegnate nella Dc e lui ne promuoveva il percorso politico: nelle istituzioni, nelle liste e nelle “terne” delle preferenze.

Credo proprio che Marcora non ci arrivasse per una convinzio-ne ideologica o concettuale, ma per quella intelligenza intuitiva e pratica che lo caratterizzava. Capiva le “cose della realtà”, intuiva i cambiamenti e si rendeva ben conto, prima di molti altri, della necessità della presenza delle donne per arricchire e completare la politica e la democrazia.

Vorrei inoltre ricordare la sua accanita passione per i temi dell’economia reale, la scrupolosa conoscenza “sul campo” per l’agri-coltura, per l’industria, la puntigliosa descrizione delle iniziative concrete da realizzare, dei mezzi da attivare che raramente si sen-tono nei politici del «si dovrebbe...» e del «bisognerebbe...».

Fu ancora lui a porre sul tavolo della politica la questione ener-getica, fattore chiave dello sviluppo e ad approfondirne tutte le implicazioni anche tecniche correlate. Ancora alla sua intelligen-za pratica si deve l’innovativa legge Marcora per assicurare una nuova vita d’impresa alle aziende in fallimento con l’impegno e il coinvolgimento dei lavoratori, attraverso cooperative di ex di-pendenti, secondo un modello che oggi si riscopre in Europa con progetti di “workers buyout”.

I ricordi, anche personali, sarebbero moltissimi. Mi limito a due ulteriori accenni, perché emblematici dell’uomo, e poi una sotto-lineatura. Il sarcasmo tagliente di Marcora di fronte alla meschinità dei que-stuanti, quando, davanti a tutti in una affollata riunione, definisce un importante personaggio presente, un “grata üsc” (letteralmen-te un gratta porte), ricorrendo all’efficacia vivida del dialetto.

L’altro accenno riguarda la sua lungimiranza e il riconoscimento del valore del merito, quando, in una riunione per la scelta dei candidati alla Camera da sostenere, ci disse a proposito di un illu-stre sconosciuto (allora) e poi importante uomo delle istituzioni: «Dobbiamo votarlo noi di Milano, anche se non è della nostra provincia, perché è bravo ma non ha un voto dalle sue parti».

Infine il ricordo amaro, ma fiero, di lui, che nell’autunno della malattia e di fronte alla possibilità di guidare il Governo, riunisce pochissime persone, forse una decina (un onore per me essere tra quelli) nel suo studio privato, dicendo che non avrebbe ac-cettato. Vi erano in quel momento un’emozione così intensa da essere palpabile, senza parole superflue né patetiche, la fierezza risoluta, l’orgoglio e la consapevolezza di chi accetta il momento e la durezza dei passaggi della vita. Solido e tenero nello stesso tempo, Giovanni Marcora ci dava un saluto e ancora un grande insegnamento, forse il più grande.

Che fortuna aver avuto dei maestri in politica!

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Marcora e leuropa
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