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Le donne al centro della transizione digitale

Il superamento del gender gap, ossia il divario esistente tra uomo e donna in tanti settori diversi, è un tema che non ha a che fare soltanto con i diritti, ma anche con lo sviluppo di un mondo prospero, equo e sostenibile. Promuovere una piena parità di accesso nell’ambito del lavoro, dell’istruzione, così come in termini di rappresentanza nei processi decisionali, infatti, significa garantire a tutte e tutti, ma soprattutto alle donne (e alle madri), di vivere in una società più giusta, in cui ciascuno, con le proprie competenze e conoscenze, può contribuire alla produzione di benessere economico e sociale.

Ma facciamo i conti con la realtà. All’interno dei settori della ricerca, dell’industria e del digitale, per esempio, settori che, specialmente nella fase critica che stiamo attraversando, sono e saranno fondamentali per la ripresa delle nostre economie, i dati ci dicono che le donne, nonostante siano la maggioranza della popolazione europea, rappresentano solo un terzo degli imprenditori e, in maniera specifica, nell’ambito delle discipline STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics), la percentuale delle laureate si attesta attorno al 36%.

Analogamente, emerge che anche il campo dell’intelligenza artificiale (IA) è un campo prettamente maschile: le donne rappresentano circa il 12% dei ricercatori. Un dato che incide in maniera negativa sullo sviluppo stesso delle tecnologie del futuro, soprattutto dal punto di vista delle competenze e delle conoscenze, e sull’enorme occasione che abbiamo oggi, proprio grazie all’IA, di modellare una società più giusta e inclusiva. La scarsa presenza femminile, infatti, rischia di creare seri problemi di natura etica nella ricerca sull’IA, un settore fondamentale per la trasformazione digitale della società, in cui i diritti umani e il contrasto alle disuguaglianze di genere hanno la priorità. 

In generale, si evidenzia un grave problema di sottorappresentazione delle donne nei settori scientifici e della ricerca, che si traduce in una scarsa molteplicità di competenze nell’offerta e in un divario di genere ancora più esasperato.

Tutti questi dati ci spingono a fare una riflessione ancora più ampia, che affonda le sue origini in una mentalità retrograda e maschilista, per cui le donne sarebbero meno “inclini” alle materie tecniche, scientifiche e matematiche. Come se la scienza sia un esclusivo appannaggio degli uomini e come se si ignorassero di fatto gli straordinari progressi e traguardi compiuti dalle donne nell’ambito scientifico.

Ma, nel mondo del lavoro, purtroppo, oltre ai pregiudizi e agli stereotipi sociali e familiari, le donne devono fare i conti anche con un minor potere contrattuale rispetto agli uomini, che si traduce in un forte gap salariale, che va a incidere - tra le altre cose - sul dramma della conciliazione tra carriera e maternità, un problema che ancora oggi, purtroppo, viene spesso sminuito o ignorato.

È chiaro, dunque, che bisogna intervenire alla radice, a partire dalle scuole, dall’educazione e, quindi, dalla formazione degli insegnanti e da un percorso di sensibilizzazione sul tema per promuovere l’uguaglianza di genere fin dai primi contatti con la realtà esterna.

Nonostante i progressi e i passi avanti in questa direzione, rispetto a tanti anni fa, oggi sappiamo che non è abbastanza.

Per questo, alla luce di un gap di genere che si ripercuote anche e soprattutto sulla società del domani e, in particolare, sulla doppia transizione verso un’economia green e digitale, la Commissione Europea si è mossa per incentivare la partecipazione femminile nell’ambito delle discipline STEM, attraverso iniziative che invitano ragazze e donne ad avvicinarsi al mondo della tecnologia e della scienza con maggiore fiducia e sicurezza, per la realizzazione di un’Europa garante della parità di genere.

Nell’ambito del programma Horizon 2020, ad esempio, la Commissione Ue ha lanciato la Gender Equality Strategy 2020-2025, con l’obiettivo di promuovere l’uguaglianza tra donna e uomo nei settori dell’innovazione e della ricerca, perché la rivoluzione ambientale e digitale che ci attende sia in primis una rivoluzione equa e inclusiva.

Anche noi, come Gruppo S&D, ci siamo mobilitati con delle proposte concrete all’Ue per colmare il divario di genere, a partire dalla revisione e dal miglioramento della direttiva sul gender pay gap del 2006, per promuovere una parità di trattamento e di retribuzione tra uomini e donne. Ma ci siamo focalizzati anche sul tema della conciliazione tra carriera e famiglia e sul tema dei congedi familiari, attraverso, ad esempio, il potenziamento dei servizi e dell’assistenza all’infanzia, a prezzi più accessibili.

Senza dimenticare la ratifica della Convenzione di Istanbul per tutelare le donne vittime di violenza e di femminicidio.

Abbiamo chiesto più volte l’intervento dell’Ue per attuare una strategia più efficace per proteggere i diritti delle donne e promuovere la loro partecipazione in tutti i rami della società, specialmente nell’ambito dell’economia digitale. Mettere le donne al centro dei piani di ripresa e resilienza significa evitare che la pandemia in corso si trasformi anche in una crisi della parità di genere, cosa che non possiamo assolutamente permetterci.

Il contributo femminile alla ricerca e alla scienza è fondamentale per il nostro futuro, per questo l’Ue dovrà continuare a lavorare per raggiungere gli obiettivi prefissati, per colmare il divario di genere in ogni sua forma.

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